martedì 15 gennaio 2008

Ami - Un amico dalle stelle (E. Barrios)

«Sono preoccupato.»
«Preoccupato? Che stupidaggine!»
«Perché?»
«'Pre' significa 'prima di'. Io non mi 'pre-occupo', io mi 'occupo'.»
«Non ti capisco, Ami.»
«Non vivere immaginando problemi che non ci sono, né ci saranno. Godi il presente: si deve approfittare completamente della vita, cercando sempre la felicità, invece dell'angoscia. Quando si presenta un problema reale, allora occupatene.»
«Credo che tu abbia ragione, ma...»
«Ti sembrerebbe giusto se fossimo preoccupati pensando che potrebbe venire un'ondata gigantesca ad ingoiarci? Sarebbe stupido non approfittare di questo momento, di questa notte... Osserva quegli uccelli che corrono senza preoccuparsi... Perché perdere questo momento per qualcosa che non esiste?»


"Ami - Un amico dalle stelle" - Enrique Barrios


[continua la lettura...]

domenica 13 gennaio 2008

The burial of the sea (pt. II)

Sal sá hon standa
sólu fjarri
Náströndu á,
norðr horfa dyrr;
fellu eitrdropar
inn of ljóra,
sá 's undinn salr
orma hryggjum.*


«Dove...»
«Fa silenzio» proferì il loro Signore, mentre si risollevava da terra.
Glòi ed Herran, gli unici ancora sopra il drakkar, si risollevarono in quel momento, osservando il posto in cui erano finiti. I dieci grondavano acqua dalle pelli usate come vestiti, ed erano lì, sul fondo del mare, nel posto più asciutto che essi avessero mai visto.
L'imbarcazione era andata a scontrarsi contro il duro terreno in fango e sabbia, e lì si era distrutta la chiglia. Il legno che un tempo componeva il drakkar era adesso sparso ovunque, l'albero maestro si era spezzato a metà e pendeva ora su un lato della nave. Della vela non rimaneva più niente, se non qualche brandello ancora attaccato all'albero. Non avrebbero più potuto rimetterla in mare, ma non era quello che li preoccupava. Piuttosto, era l'assenza completa del mare.
«Ci siamo tutti?» chiese il loro Signore, girandosi verso il resto dei guerrieri
Glòin ed Herran scesero dal drakkar, unendosi agli altri sei. Mancava solo Höor fra di loro. Girarono attorno al drakkar, chiamandolo per nome e stando attenti che non fosse rimasto incastrato all'interno della nave, ma alla fine dovettero rinunciare. Il loro compagno sembrava essersi perduto.
«La discesa nel mare ha portato via il primo di noi...» proferì il Signore, lasciando un attimo di silenzio.
«Sarà meglio capire dove siamo finiti e perché... Questo non è il fondo del mare...» intervenne Herran, guardandosi attorno. Lo schiavo vichingo, rimasto nelle mani del nemico per undici anni, aveva assunto una cadenza nel parlare che ricordava fin troppo i popoli stranieri.
Il Signore sollevò su di lui lo sguardo, osservandolo nel silenzio del posto in cui erano finiti. Il resto del gruppo era impegnato anch'esso a osservarsi attorno.
«Questo non è il fondo del mare, no. Non so dove siamo finiti, e non so se ne usciremo» concluse il Signore.
«Recuperate quello che c'è sulla nave. Ci muoviamo.»
Gli otto si avviarono verso il drakkar, lasciando il Signore lì dove li aveva raccolti. Era una bassa collinetta, a non più di dieci metri da dove il drakkar si era incagliato. Attorno ad essa, in tutte le direzioni, si stendeva un deserto piatto e scuro. Non c'era nessun cielo sopra di loro, solo un grigio uniforme, come se una nebbia oscurasse qualsiasi cosa. Nessuna luce riusciva a superare quella coltre, però un vago chiarore illuminava tutto, rendendo possibile ai vichinghi orientarsi in quel posto.
Il capo tirò fuori dalla tasca un logoro sacchetto in cuoio. Estrasse quindi le sette rune al suo interno e ne scartò due. Quindi fece rotolare a terra le cinque rimanenti.
«Fjarri... Sólu. Norðr horfa dyrr...» proferì a bassa voce.
Le raccolse nuovamente e le rimise nel sacchetto. Si sollevò da terra e osservò il resto dei suoi uomini. Sarebbe stato un lungo viaggio.


Continua...

Una sala lei vide
lontana dal sole
in Nástrandir,
le porte rivolte a nord.
Gocce di veleno piovono
attraverso il buco del tetto:
questa sala è un intreccio
di dorsi di serpenti.



[continua la lettura...]

mercoledì 2 gennaio 2008

The burial of the sea (pt. I)

Á fellr austan
of eitrdala
söxum ok sverðum,
Slíðr heitir sú.
Stóð fyr norðan
á Niðavöllum
salr ór golli
Sindra ættar,
en annarr stóð
á Ókólni,
bjórsalr jötuns,
en sá Brimir heitir.*


Primo fu Höor a bere dal calice. Il sangue dell'ultimo agnello scivolò nella sua gola arsa dalla sete. Il gusto, aspro e denso, quasi pastoso, lo fece rinvigorire dal freddo. Mantenne per un attimo la fredda coppa nelle sue mani, osservandone lo scuro contenuto. Il signore prese quindi dalle sue mani la coppa e la passò al secondo. Bhalr, il più giovane dei nove, l'afferrò con le grosse mani segnate dalle ustioni del fuoco. Avvicinò la coppa alle sue labbra, senza riuscire a mantenere il tremito, e assaporò il suo contenuto. Il signore riprese quindi a sé la coppa e la passò al terzo. Herran, lo schiavo fuggito dai nemici, che si era unito a loro per ultimo. Bevve del sangue, con le sue labbra strappate da vecchi anelli arrugginiti. Ridiede la coppa al signore, e venne il momento di Drhool. Il grosso guerriero senza un braccio afferrò la coppa brunita, stringendola nell'enorme mano sinistra. Bevve da essa più del dovuto e la riconsegnò al signore, asciugandosi le ultime gocce rimaste sulle sue labbra con il dorso della mano. Poi fu il momento di Nhaar e del fratello di sangue Onhr. E di Glòi, il guerriero cieco da un occhio, e di Rthor, il più anziano di tutti. Infine la coppa arrivò nella mani di Urmth, il quale bevve metà del suo contenuto, per riconsegnarla quindi al suo signore.
La mantenne davanti a sé con entrambe le mani, e ne osservò ancora una volta la foggia. Una bassa coppa brunita, adornata nel bordo da sei gemme di un blu intenso. Le stelle della sera rilucevano lungo i bordi e sulle piccole ammaccature della superficie, nei graffi del tempo e dell'uso. Poi il signore la portò alla sua bocca, e bevve il sangue rimasto in un solo sorso. La poggiò quindi davanti a sé, mentre lentamente il mare iniziò a farsi irrequieto.
«Il tempo è finito... Hel è pronta ora ad accoglierci...» sussurrò con voce bassa il signore.
Non c'era traccia di paura in lui, solamente rassegnazione. Dopo due settimane di deriva in quei mari sconosciuti, senza cibo e senza acqua, senza alcuna terra verso cui fare rotta, alla fine erano giunti a quel momento. Non ne avevano discusso, nessuno aveva deciso che il giorno era quello, ma tutti sapevano che quella sera si sarebbero seduti e avrebbero bevuto dall'ultima coppa. E così avevano fatto.
Il mare prese a ribollire attorno al drakkar. I dieci rimasero fermi ai loro posti. Non avevano più armi, se non quella daga, e non avevano più forze, se non quelle di morire. Sebbene negli occhi dei dieci ancora non si fosse spento il furore della battaglia.
Le acque davanti al drakkar si aprirono lentamente e con gran fragore in una gigantesca voragine, e come un fiume il mare vi si riversò dentro sempre più velocemente. Il drakkar venne anch'esso spinto lungo la voragine, e con sempre maggiore rapidità iniziò a inclinarsi su un fianco. Alcuni dei vichinghi afferrarono i bordi dell'imbarcazione, solamente per non cadere soli in quel mare tumultuoso. Schizzi e ondate d'acqua li colpirono con violenza, poi tutto iniziò a farsi confuso. Il drakkar doveva essere oramai nel pieno della voragine, e con forza scivolava al suo interno. Ma sembrava quasi navigare le pareti della voragine, come se stesse scendendo da una cascata, la cascata più grande del mondo.
«Scroscia un fiume da oriente...» proferì l'anziano Rthor, e tutti lo poterono sentire, nonostante il rumore incessante del mare e delle onde.
Poi il lucore delle stelle e della luna scomparvero da sopra di loro, e capirono che erano stati inghiottiti dal mare, e che non avrebbero mai potuto fare ritorno alla loro patria.
Sentirono per lunghi momenti un freddo intenso, l'acqua bagnarli completamente, ma mai mancare il respiro. Non potevano vedere se gli altri erano ancora con loro, ma tutti sentivano la presenza dei nove fratelli, e del drakkar in cui ancora si trovavano.
Poi ci fu un rumore secco, e capirono che l'imbarcazione doveva avere toccato contro qualcosa, forse il fondo del mare. Ma fu un attimo, poiché dall'urto furono sbalzati fuori dal drakkar, e si ritrovarono a terra. Attorno a loro, non c'era il mare, ma solamente un lungo paesaggio scuro e tetro.


Continua...



* Visione degli inferi
Scroscia un fiume da oriente
per valli di gelido veleno,
con daghe e con spade,
Slíðr è chiamato.
Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d'oro
della stirpe di Sindri;
ma una seconda si trova
in Ókólnir
sala da birra del gigante
che è chiamato Brimir.

Edda Poetica - www.bifrost.it



[continua la lettura...]

sabato 29 dicembre 2007

The burial of the sea (prologo)

VÖLUSPÁ

Hljóðs biðk allar
helgar kindir,
meiri ok minni
mögu Heimdallar;
vildu at, Valföðr,
vel fyr teljak
forn spjöll fira,
þaus fremst of man...*


Scivola sul mare il drakkar vichingo, come sangue sul metallo. Alza spruzzi e separa i flutti scuri, divide le acque e rompe le correnti. Fa vibrare di una nuova vita la marea e si specchia sulla sua superficie increspata. E sotto gli occhi dei dieci uomini rimasti, la bianca schiuma del mare si raccoglie contro i fianchi della nave. Pare essere schiuma della birra che mai più assaggeranno, la brina di un terreno oramai alle loro spalle, la normalità oramai perduta.
Guardano senza speranza il tramonto infuocato, osservano con occhi oramai socchiusi le lance spezzate dal vento autunnale. Nessun ponte dell'arcobaleno, nessuna via a condurli all'Ásgarðr perduto. Nessun'altra battaglia da combattere, alcun altro campo su cui scendere. Nessun'altra arma da utilizzare, solo mare.
E cenere.

Versa le ceneri al vento il loro signore, si spargono con la brezza. Si sollevano argentate, riflettendo il bagliore dei flutti. Sono l'anima dei loro compagni perduti. Arriveranno a toccare il cielo per un attimo. Sembrano sussurrare le bocche dei sopravvissuti, mentre osservano il pugno del loro signore stringersi attorno a null'altro che il vuoto. Apre egli infine la mano, e le ultime ceneri cadono nell'aria, trascinate via dal primo raggio della sera. Non torneranno mai più su quella terra, né su quel mare.
Si gira verso di loro il signore, e con calma si siede al suo posto, di fronte ai nove che con lui cadranno. Li guarda uno ad uno con il suo sguardo profondo, li osserva nei loro cuori e nel loro animo vichingo. E riceve in cambio lo sguardo di nove fratelli.
Il sole morente lancia alle sue spalle gli ultimi sprazzi di luce, prima della notte più buia della loro vita. Non ci sarà per loro il suono del possente Gjallarhorn, solamente il silenzio di una notte in mezzo al mare.
Non pronuncia un discorso, non solleva una preghiera. Presto saranno fra le braccia della dea Hel, e il resto appare ora inutile. Stringe solo l'ultima daga, e la osserva nelle sue mani tagliare la carne.
Sottile il sangue scorre sul metallo, fino a cadere in gocce scure sul fondo della coppa brunita. Qui si raccoglie, immobile come il mare che li circonda. In essa, si rispecchia la prima stella della sera.

Tutto è finito.
Di loro rimarrà solo un altro drakkar sul fondo del mare.
E con esso, la loro leggenda.


Continua...


* La profezia della veggente
Ascolto io chiedo a tutte
le sacre stirpi,
maggiori e minori
figli di Heimdallr.
Tu vuoi che io, o Valföðr,
compiutamente narri
le antiche storie degli uomini
quelle che prima ricordo...

Edda Poetica - www.bifrost.it


[continua la lettura...]

giovedì 27 dicembre 2007

Sogni ancestrali (pt. II)

Seconda e ultima parte del racconto dedicato a Lovecraft.

[..] E ciò che ho trovato dietro di esso, ha popolato i miei incubi per il resto dei miei giorni.

Un ammasso, poiché altro nome non saprei dargli, di stracci macchiati di sangue brunastro, e su di essi, spezzate dal tempo e da qualche forma di malattia, ossa simili a quelle umane. E poi pelle: strati di pelle marcita che mi richiamarono alla memoria quelle lezioni di anatomia, strati decomposti di un colore tendente al verde rancido. Fui ripugnato da tale vista e dal puzzo che in quel punto era tanto forte da non permettermi di pensare lucidamente. E fu forse per quello che successe quanto ancora sta disturbando la mia vecchia mente.
Scorsi fra gli stati di pelle e i cumuli di ossa una sfera oscura, non molto dissimile da una piccola biglia. Mi abbassai incuriosito, trattenendo il respiro, e portai il mio volto ad una manciata di centimetri dalla sfera. Poi finalmente capii. Era un occhio di quell'essere che lì si era decomposto, gravato da chissà quale tipo di immonda malattia. Era un occhio interamente scuro, la cui superficie lucida quasi brillava nella penombra.
Non seppi per quanto rimasi in quella posizione, lo sguardo verso quel singolo occhio avvolto nella pelle. Tant’è che il mio pensiero, la mia ragione, si perse dentro di esso, poiché, per non so quale scherzo della mia mente, ero ora completamente attratto da esso. Infiniti mondi si aprivano oltre quell'occhio, e infiniti potei vederne, circondati da stelle, miriadi di stelle uguali, simili a punti luminosi. Ferivano i miei occhi, illuminavano a sprazzi l'oscurità baluginante. Si raccoglievano in costellazioni e in anelli luminosi, circondavano pianeti freddi e senza vita. E vidi anche loro, gli Antichi, ma di questo tacerò, per non portare oltre la mia pazzia. E vidi di loro e di ciò che avevano fatto, vidi ciò che avrebbero voluto fare, e vidi anche ciò che avrebbero fatto in un futuro fin troppo vicino. Scorsi Innsmouth, vidi dall’alto la mia casa, scura come tutte le altre, e vidi poco lontano la scogliera su cui solitario si alzava il faro. Vidi l’albero dietro la mia casa, contorto come i tanti alberi che già avevo visto, e vidi pure la chiesa abbandonata sulla collina poco distante. Ma non vidi nessuno lungo le strade, né nella piazza, né sulla spiaggia. Innsmouth taceva, così come lo spazio in cui gli infiniti mondi ruotavano.

Ripresi conoscenza dopo un tempo imprecisato. Ero a terra, poco lontano dall’ammasso putrescente. Non mi ricordai di essere caduto, né ricordai di aver sbattuto la testa, poiché ora un taglio sopra il sopracciglio destro faceva scendere un sottile rivolo di sangue a macchiarmi la palpebra, ma ragionai che doveva essere stato quel puzzo a farmi perdere i sensi. Mi rialzai, cercando di non guardare quell'occhio che ancora era lì, ma lo sguardo finiva sempre su di esso. Mi voltai, feci per andarmene, e solo quando ebbi richiuso la porta dietro di me capii che tutto era finito. La sbarrai, trascinai alla base delle scale un vecchio mobile appoggiato nel corridoio e scesi dabbasso, per potermi riposare e non pensare più a quanto era successo.
Furono settimane cariche di sogni quelle successive: ogni singolo giorno lo ricordo vivamente e nel dormiveglia quelle immagini ruotano nei miei occhi, rendendomi i sogni ancora peggiori.
Ora sono qui, seduto sulla mia sedia. Le scale si aprono davanti a me, verso la mia stanza e il sotto-tetto. So che verranno a prendermi. So che non posso andarmene, poiché mi seguirebbero. Prego solo Yog-Sothoth che non sia così doloroso...
Yog-Sothoth...
Chiudo gli occhi, e sento già le loro mani stringersi sui miei polsi...


[continua la lettura...]

mercoledì 26 dicembre 2007

Sogni ancestrali (pt. I)

Un vecchio brano in stile Lovecraft, quasi completamente riscritto. Domani la seconda parte.


Fra poco sarà buio, e allora non sarò più. Mi addormenterò sotto la pallida luce della falce argentea, e loro torneranno a prendermi. Il sudore, freddo, mi ghiaccerà la pelle. Brividi tormenteranno il mio corpo già provato. La mia mente sarà trafitta dall’ago del dolore e la follia ad un passo dalla mia presa. Immagini sconvolgeranno i miei sogni, stelle luminose feriranno i miei vecchi occhi e metteranno a nudo gli antichi segreti del mio animo.
Scuoto il capo lentamente, le mani tremanti passano nei pochi capelli umidi dal sudore. Seduto sulla sedia in vimini, guardo le scale davanti a me, scure e strette. Mi porteranno nel dolce oblio del sogno, regno di Yog-Sothoth e degli Antichi.
Tutto ha avuto inizio quando sono entrato per la prima volta in questa casa, vendutami per poco più di una manciata di monete, una semplice villetta a due piani con un misero giardino bruciato dal sole alle spalle. Un singolo albero vi cresce, contorto come uno di quegli ulivi che avevo visto nei miei viaggi nel Mediterraneo, verso le antiche rovine greche. E' poggiato alla staccionata che divide la mia proprietà da quella silenziosa dei vicini, scura presenza dalla corteccia malata e cinerea. Avrei voluto sradicarlo, se solo ne avessi avuto il tempo in queste settimane. Ma ora è ancora lì, a vegliare sul resto del giardino, in cui neppure l'erba riesce a crescere, ma su cui lui tende comunque le sue scheletriche braccia. L'ho lasciato con uno sguardo carico d'amarezza, mentre per la prima volta mi avvicinavo alla casa.
Un odore di chiuso mi ha fin da subito colpito. E nonostante siano due settimane che vi abito, quell'odore non è ancora scomparso. Poiché non è odore di chiuso: è odore di salsedine e di marino e di pesce putrefatto, odore che avvolge anche il resto della cittadina e a cui molto probabilmente non mi abituerò mai. Riempie le tue narici allo stesso modo in cui riempie i tuoi pensieri. E se per un attimo pensi anche solo di essertene disfatto, di esserti assuefatto in qualche modo a quel puzzo, l'attimo dopo lo senti di nuovo, più forte e penetrante di prima, tanto da raggiungere il tuo cervello e disturbare i tuoi sensi.
Ricordo di aver salito quello stesso giorno le scale buie ed impolverate, e di aver proseguito lungo il corridoio su cui spettrali si affacciavano altre tre stanze. E alla fine di esso, si aprivano le scale al sotto-tetto, ma la porta era ora chiusa. Coloro che mi avevano venduto la casa si erano dimenticati di darmi la chiave. Oppure il precedente proprietario, scomparso dalla pazzia di questo luogo e da ciò che in esso vi dimorava da oltre due anni, se l'era portata con sé.
Ho scassinato comunque la serratura, o essa ha ceduto dopo poco, non ricordo esattamente. E ho poi aperto la porta. Un odore di pesce e putrefazione mi ha avvolto, stordendomi come mai avevo provato. Sono rimasto fermo sulla soglia per un tempo imprecisato, la testa mi girava e non riuscivo a fare altro che attendere. Quando poi i sensi mi furono tornati, sono avanzato nella penombra rischiarata da un piccolo lucernario, guardandomi attorno e respirando il meno possibile di quel puzzo immondo.
Il sotto-tetto era popolato da spettrali mobili, avvolti in panni cerati e coperti da strati e strati di polvere. Una serie di scatole in cartone erano buttate alla rinfusa in un angolo, e da esse uscivano giornali ingialliti e fogli sbiaditi dal tempo. Ai piedi delle scatole, una vecchia lampada a olio era rovesciata sul pavimento, e sotto di essa una macchia di combustibile aveva macchiato le assi in legno. Contro il muro era poggiata una vanga ancora sporca di terra, e poco oltre un basso armadietto, da cui era scivolato il panno cerato, mostrava il suo ventre completamente vuoto. Il resto era solo un cumulo di polvere e di sporcizia.
Avanzai, lasciando che la luce entrasse anche dalla porta da cui ero arrivato, fino a girare attorno all’imponente armadio posto al centro della stanza. E ciò che ho trovato dietro di esso, ha popolato i miei incubi per il resto dei miei giorni.


Continua...


[continua la lettura...]